NO MORE AUCTION BLOCK FOR ME

Quando i neri arrivavano in America, erano africani, un popolo straniero. Le loro abitudini, i loro atteggiamenti, i loro desideri, si riferivano a un sistema di vita radicalmente diverso.

Le navi negriere arrivavano nei porti della Virginia, della Carolina del sud, o di qualsiasi altra città costiera meridionale, e gli schiavi venivano trasferiti a terra per essere immediatamente venduti.

S’istituiva un’asta regolare, si faceva salire il nero su un piccolo podio (auction block) in modo che lo si potesse osservare bene. Chi offriva di più poteva portarsi a casa “la merce”!

In queste vendite essi erano ridotti a semplici oggetti: dolore, sentimenti non valevano niente e le famiglie venivano separate, in modo da cancellare qualsiasi ricordo della madre della madre patria. E guai se piangevano! Se con le lacrime allontanavano i possibili compratori, erano puniti e sottoposti alla legge della frusta.

Resto di un Auction Blockricordo 

A causa delle terribili condizioni igieniche del viaggio in nave, alcuni neri si ammalavano. Non potendo essere venduti come gli altri, il capitano della nave li dava via a qualsiasi prezzo. Succedeva spesso che questi venissero comprati per essere curati e, una volta guariti, rivenduti a costi superiori.

In alcuni porti come quello di Newport (New England), città nota per il commercio di rum e whiskey, ogni nero veniva valutato intorno ai 100 galloni di rum( circa 380 litri), 100 libre di polvere da sparo (circa 45 chili), oppure in contanti tra i 18 e i 20 dollari, per poi essere rivenduto in asta a 200 dollari o più. Questo grande guadagno per i negrieri, intensificò un giro d’affari losco, affollato da personaggi senza scrupoli. 

Le donne, al di sotto dei 25 anni, gravide o meno, avevano lo stesso metro di misura, ma valevano di più se erano belle e piacenti. Le meno fortunate, sopra i 25 anni, perdevano il 25% del loro valore.

«Ogni uomo, in qualsiasi “tipo”di cultura si trovi, deve avere un modo di guardare il mondo, qualsiasi cosa significhi per lui, peculiare alla sua cultura particolare. E’ estremamente importante comprendere che queste due interpretazioni della vita diametralmente opposte sarebbero normalmente in conflitto nei più minuti rapporti umani. Ma quando un uomo che vede il mondo in una maniera diventa lo schiavo di un uomo che interpreta il mondo in un modo esattamente opposto, il risultato è, a mio vedere, la peggiore forma di schiavitù possibile.»
(Amiri Baraka (LeRoi Jones), Il Popolo del Blues

Dall’asta alla piantagione. Incatenati a due a due nei ceppi, si muovevano in colonna verso la piantagione, dove incontravano il sorvegliante ed il lavoro. Il Sorvegliante – spesso un bianco, ma a volte anche un negro – aveva la responsabilità della direzione del lavoro e il suo linguaggio abituale nei confronti dei servi era quello della frusta : quaranta, cinquanta, anche cento colpi per delle infrazioni irrilevanti. Prima dell’alba egli chiamava gli schiavi al lavoro e da allora fino al tramonto essi stavano nei campi.

Lo schiavo abitava in capanne dal pavimento in terra battuta e costruite con assi mal connesse tra di loro. 

Il padrone dava una volta all’anno la stoffa per farsi un vestito ed ogni settimana la razione di cibo: pancetta affumicata, melassa e granturco col quale si faceva una specie di focaccia.

Talvolta gli schiavi avevano a loro disposizione un piccolo orto cui potevano badare nei momenti liberi, la domenica, e da cui traevano qualcosa per guarnire il povero pasto.

Tra gli schiavi ve ne erano alcuni più fortunati, specialisti magari in qualche disciplina come i carpentieri, i marinai, i fabbri e altri, la cui vita era simile ai poveri bianchi, tolte ovviamente le umiliazioni per il colore della pelle.

Un’altra categoria a parte era rappresentata dai servi domestici: come tutti gli schiavi non avevano tempo per se e non avevano tempo di riposare, erano anche costretti ad accettare tutti i capricci dei loro padroni, ma vivevano spesso nelle dependance delle case dei padroni, molti più accoglienti delle capanne; quando poi erano servi di padroni meno dispotici ed esigenti del solito, venivano soprannominati i “servi liberi”.

Uno dei porti maggiori del Sud per la vendita di schiavi, fu quello della città di New Orleans, fondata dai francesi e diventata Americana (1803), dopo un breve periodo di dominazione spagnola, con il celebre “Acquisto della Louisiana” che coinvolse anche altre città. Fu New Orleans a radunare africani in maggior numero rispetto agli altri centri. In particolare, prima di essere venduti, venivano ammassati a Congo Square , una piazza destinata a diventare, sotto l’egemonia spagnola, teatro della più schietta negritudine.

Nel 1724 i francesi implementarono il “Code Noir” nel Territorio della Louisiana che assegnò gli schiavi la domenica come un “giorno di riposo”. Gli schiavi usavano questo giorno per radunarsi in luoghi remoti e pubblici. Questi incontri includevano canti, balli e cerimonie religiose tra cui voodoo e vocalizzi. Il dominio spagnolo della Louisiana dal 1763 al 1802 rilassò il Code Noir e permise agli schiavi di allestire mercati, vendere cibo e scambiare

Scultura dedicata alle danze in Congo Square

beni fatti a mano. Questo doveva servire per guadagnare abbastanza denaro da comprare la propria libertà. Esisteva difatti un processo chiamato coártacion, con il quale si stabiliva un prezzo arbitrario e legalmente vincolante per la libertà di uno schiavo, questo consentiva agli imprenditori schiavi di acquistare la loro libertà e la libertà dei membri della famiglia.

Le cose cambiarono quando New Orleans divenne americana, la paura di una ribellione, vista l’elasticità della dominazione spagnola, fece decidere ai padroni di abolire quel tipo di divertimento, per non perdere il controllo dei propri schiavi, inasprendo ed esasperando ancor di più la brutalità dei trattamenti.

In questo video un esempio recentissimo della tradizione ripresa da una comunità, che vuole preservare il tesoro di Congo Square : 

 

Il destino degli schiavi, ed in particolare dei primi, fu triste e beffardo, non tanto per il concetto di schiavitù, al quale erano purtroppo già stati abituati in Africa, ma soprattutto per essere stati condotti in un paese con un tipo di cultura e società con una concezione completamente diversa di vita sulla Terra.

“Nessuno è nato schiavo, né signore, né per vivere in miseria, ma tutti siamo nati per essere fratelli”
NELSON MANDELA

Essere schiavo in un contesto assai diverso, come il restarlo in Africa, poteva essere si inteso come schiavitù, ma l’uomo restava uomo. Ma in America lo schiavo nero non aveva alcuna possibilità di carattere intellettuale, quali che fossero le sue capacità o il prestigio di cui aveva goduto nel paese di origine. Fu proprio la riluttanza dei bianchi a considerare l’africano come Uomo, a rendere la schiavitù dei neri più insopportabile e pesante.

“La piantagione era un posto grande, dove c’erano circa 200 negri. Quando sono stata abbastanza grande, ho cominciato a portare l’acqua ai campi, utilizzando delle zucche, tagliate apposta, in modo che nella parte superiore rimanesse una maniglia. Vivevamo in una casa di legno con una sola stanza. Il pavimento era sporco e la casa era fatta proprio come si usava fare una casa per gli schiavi. C’era una piccola finestra sul retro. Quando ero piccola ero molto esile, ma poi sono cresciuta fino a essere più robusta. Il padrone non ha mai permesso a noi schiavi di andare in chiesa, ma c’erano grandi buchi nei campi, dove ci inginocchiavamo a pregare. Si faceva così perché i bianchi non volevano gli schiavi a pregare con loro. Così (gli schiavi) pregavano per la libertà. (Gli schiavi) Avevano giusto un vecchio tavolaccio per dormire, senza materasso. In inverno dovevano tenere il fuoco acceso per tutta la notte, per evitare di congelarsi. Mettevano una coperta vecchia sul pavimento per i piccoli. C’era un piccolo trogolo dove noi eravamo abituati a mangiare, fuori, con una piccola paletta di legno. Non sapevamo nulla di coltelli o forchette. Il padrone aveva l’abitudine di picchiarli sempre. Mio fratello dice che il vecchio padrone a volte si arrabbiava se venivano dei negri a chiedere qualcosa da mangiare. La maggior parte dei vestiti ci arrivava dagli Iles, che erano gente ricca che viveva nelle vicinanze. Essi vivevano a DeRidder, in Louisiana, ho sentito dire. Trattavano gli schiavi come i bianchi. Quando ci ammalavamo, andavamo nel bosco e con le erbe e radici si facevano infusi e medicine.Un giorno, mia madre ci disse che eravamo liberi e che ce ne potevamo andare, abbiamo camminato fino a Sugartown, a circa 8 miglia di distanza. Ricordo che mio fratello ha attraversato uno stagno tenendomi in braccio.”
storia personale di  Ellen Butler “Born in Slavery: Slave Narratives from the Federal Writers’ Project, 1936 to 1938.”

 

Foto di una ex schiava

Nel 1865 il tredicesimo emendamento porrà fine alla schiavitù. Ma di questo parleremo più avanti.

 

FILM SUL TEMA 

Radici (1977) – Il film è stato ispirato dal romanzo dello scrittore afroamericano Alex Haley che  ripercorre la storia di un ramo della famiglia di Haley, partendo da Kunta Kinte, un giovane appartenente alla tribù dei Mandinka, del Gambia, che fu deportato in America e fatto schiavoNel film si parla di guerra civile, la schiavitù e la sua fine, l’ emancipazione degli ex schiavi. E’ stato fatto un remake nel 2016.

Django unchained (2012) – Film di Quentin Tarantino, omaggio a Django del 1966 con Franco Nero, narra la storia di Django (Jamie Foxx) , schiavo dei fratelli Speck, che cerca di essere comprato dal dottor Schultz, cacciatore di taglie originario della Germania. I fratelli Speck rifiutano la cessione di Django e dopo uno scontro a fuoco uno dei fratelli muore e l’altro, per salvarsi, cede Django. Lo scopo di Django, oltre a diventare un uomo libero, è quello di ritrovare sua moglie Broomhilda, venduta al crudele latifondista Calvin Candie (Leonardo DiCaprio). I due amici si fingono negrieri per cercare di avvicinarsi a Broomhilda e liberarla.

12 anni schiavo (2013) – Il film è tratto dall’omonima biografia del 1853 di Solomon Northup (Chiwetel Ejiofor), un giovane violinista di colore che vive con la sua famiglia a Saratoga Springs nel 1841, durante la prima guerra di secessione. Viene arrestato con l’inganno e divenne schiavo nelle piantagioni di cotone, finchè nel 1853 non incontrò l’abolizionista canadese Samuel Bass. La vita ha dato un’altra occasione a Solomon e la sua tenacia gli è valsa la libertà. (E’ il mio preferito, ma molto forte, io comunque ve lo consiglio!)

Lincoln (2012) – Film diretto da Steven Spielberg, racconta gli ultimi mesi di vita di Abraham Lincoln, seguendo il libro Team of Rivals: The Political Genius of Abraham Lincoln di Doris Kearns Goodwin. La storia è ambientata nel Gennaio 1865, durante le fasi conclusive della Guerra di secessione americana. Il Presidente Abraham Lincoln deve affrontare il problema dell’abolizione della schiavitù, riuscendo a fare approvare dalla Camera dei rappresentanti il XIII Emendamento della Costituzione.

Addio Zio Tom (1971) – diretto da Gualtiero Jacopetti e Franco Prosperi. La storia della schiavitù negli Stati Uniti: l’arrivo sui galeoni, le misure sanitarie d’accoglienza, la vendita, l’utilizzo per i lavori più pesanti, la riduzione a oggetti di passatempo sessuale nelle case private e nei bordelli, l’appoggio delle gerarchie cattoliche allo schiavismo, le battute di caccia per uccidere i fuggiaschi, l’impiego come stalloni e fattrici per creare altri schiavi. Ricostruzione storica sotto forma di inchiesta giornalistica utile per far capire allo spettatore l’orrore che ha davvero subito il popolo africano. Alle immagini di ricostruzione storica si alternano immagini che rappresentano l’attualità (inizi degli anni settanta) dell’America e del popolo afroamericano.

 

LIBRI CONSIGLIATI :

La capanna dello Zio Tom

Radici

 

Ci vediamo al prossimo appuntamento! Vi lascio con questa meravigliosa canzone reinterpretata dalla cantante blues Odetta.

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Bibliografia e sitografia : 

  • La Storia del Blues – Roberto Caselli – HOEPLI
  • Il popolo del blues – Amiri Baraka (LeRoi Jones) -Shake edizioni tascabili
  • Negro Spiritual – Paolo Ribet , Fiorenzo Gitti – Claudiana
  • BLACK HISTORY – AFROPUNK

 

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